25 aprile e papaveri
di Andira Vitale
Gli splendidi papaveri rossi dell’Italia liberata. In Italia, il papavero è considerato il fiore-simbolo della Resistenza e del 25 aprile. Esso è un fiore spontaneo, e quindi definibile “libero”, che cresce, cioè, autonomamente, anche dove indesiderato.
Il 25 aprile, in tutto lo Stivale, si festeggia la Liberazione dell’Italia dal regime nazifascista e si omaggia il coraggio, la forza e il patriottismo di chi ha lottato per la pace e la libertà del nostro Paese, frammentato sotto il controllo della dittatura. C’è un fiore che, tra gli scontri e le battaglie, si erge fiero tra i campi. Nel giorno in cui si celebra la Liberazione dell’Italia dalla Germania di Hitler e da ciò che resta dell’era Mussolini, accanto ai volti dei nostri partigiani e tra le immagini della nostra Resistenza, compare loro, tra i campi di grano, il papavero, simbolo della libertà. Questo fiore è un omaggio alla vita e alla vittoria, simbolo della memoria della Resistenza italiana, ma anche di rinascita, di vita e della Libertà che trionfava sull’Italia liberata dalla dittatura e dal nazifascismo.
Questi fiori ricordano le gesta compiute in nome della libertà, sbocciando spontanei tra i campi, lungo i torrenti o sui binari, in ambienti spesso ostili, dove, con la loro delicatezza e il loro colore così intenso, dominano la scena, accompagnando le Squadre d’Azione patriottica nelle campagne. Possiamo infatti osservare i papaveri nei paesaggi più disparati, dai campi sterminati ai bordi delle strade, fino alle ferrovie. La loro vivacità dava dunque nuova vita ad ambienti ostili, accompagnando le azioni dei partigiani in vari contesti. Il colore rosso dei petali li trasforma, poi, in una metafora per indicare il sangue versato e gli ideali perseguiti.
Sono i simboli della Resistenza
Sono i simboli della Resistenza, capaci di fiorire, per l’appunto, sui campi di battaglia e di rievocare, con le loro venature, il rosso del sangue, ma anche gli ideali in cui credevano i tantissimi partigiani morti negli scontri.
Nel linguaggio dei fiori, i papaveri rossi simboleggiano la semplicità e la consolazione e sono usati per commemorare i caduti di guerra, non solo in Italia. Il papavero è un fiore associato alla guerra fin dall’antichità. Esso cresce anche nei terreni più proibitivi e, più nello specifico, persino negli spazi in cui non rimane altro che la distruzione degli scontri. Secondo la leggenda, il comandante mongolo Gengis Khān portava con sé dei semi di papavero da spargere sul campo di battaglia, per onorare i caduti. In tempi più recenti a richiamare la tenacia di questi fiori ci ha pensato John McCrae. Egli, poeta, medico e militare canadese, in In Flanders Fields evoca l’immagine dei fiori rossi sbocciati nei luoghi devastati dalla Grande Guerra. Oggi questi sono il simbolo del Remembrance Day,il giorno del ricordo delle vittime della prima guerra mondiale in Inghilterra e in tutto il Commonwealth.
“Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi”
Scriveva il grande Fabrizio De André
Papaveri e linguaggio dei fiori
Il papavero è ormai associato, in quanto simbolo della Resistenza, a diversi sentimenti e ideali. Nel linguaggio dei fiori, infatti, esso incarna orgoglio sopito e consolazione, pur rimanendo indissolubilmente legato al concetto di semplicità. Il papavero finisce, insomma, per diventare sinonimo di volontà di riscatto e di speranza per il futuro. Collegarlo al desiderio di pace è, dunque, quasi inevitabile e i “Mille papaveri rossi” che “fan veglia” al protagonista di La guerra di Piero di Fabrizio De André non fanno altro che ricordarcelo. La capacità di questi fiori di crescere spontaneamente pressoché ovunque non ha, comunque, mancato di causare disagi. In certi contesti essi sono, infatti, considerati persino infestanti.
Comprendere perché il papavero sia diventato un simbolo della Resistenza ci ricorda quanto la storia e la tradizione influenzino il presente. L’uomo tende sempre più spesso a guardare la natura dall’alto di un piedistallo, considerandola quasi un’avversaria. Questa accompagna invece l’umanità in ogni sua tappa e s’insinua nella nostra cultura con delicatezza.
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