Corte di giustizia dell’UE rimprovera l’Italia per i trasferimenti di migranti in Albania
La Corte di giustizia europea si è pronunciata a favore dei giudici italiani che avevano impedito all’Italia di inviare rifugiati nei campi in Albania. Questa decisione è considerata un duro colpo per il piano di immigrazione del Primo Ministro Giorgia Meloni.
La Corte di giustizia dell’UE si è pronunciata contro l’utilizzo da parte dell’Italia dei centri di detenzione per migranti in Albania, affermando che i paesi non possono dichiarare un altro paese “sicuro” per i richiedenti asilo a meno che tale sicurezza non si applichi a tutti gli individui.
La Corte di giustizia europea (CGUE) si è schierata con un tribunale italiano che aveva messo in discussione la designazione del Bangladesh da parte del governo come “paese di origine sicuro”, un’etichetta che consente l’espulsione e la detenzione dei richiedenti asilo mentre la loro domanda è in fase di esame.
La sentenza ha sottolineato che queste designazioni devono consentire un controllo giurisdizionale ed essere supportate da prove chiare e accessibili. Un Paese non può essere definito “sicuro” secondo la sentenza se non lo è per specifici gruppi vulnerabili.
Il caso è stato avviato da due cittadini bengalesi salvati in mare dalle autorità italiane e trasferiti in Albania, dove l’Italia aveva costruito due centri di accoglienza offshore. Lì, i migranti possono presentare domanda di asilo come se si trovassero sul suolo italiano, ma solo se provengono da Paesi che l’Italia considera “sicuri”. Coloro che non lo sono devono essere autorizzati a rimanere in Italia mentre le loro richieste di asilo vengono esaminate.
L’Italia ha aggiornato la sua lista di Paesi “sicuri” nell’ottobre 2024 per includere Bangladesh, Egitto e altri – una mossa criticata per aver ignorato le minacce che alcune persone potrebbero ancora affrontare in quei Paesi. Quando i cittadini bengalesi hanno presentato ricorso contro il loro rifiuto, il tribunale italiano ha rinviato il caso alla Corte di Giustizia Europea, citando la mancanza di trasparenza nella valutazione della “sicurezza”.