Le città di pianura:
Una fotografia che cattura lo spirito dei tempi
Il film ruota attorno a due vecchi amici cinquantenni, Carlobianchi e Doriano. I due personaggi vagano continuamente tra i piccoli paesi e i bar del Veneto alla ricerca di “un ultimo bicchiere”. Le loro vite sono segnate dal collasso economico, dal fallimento e da un profondo attaccamento al passato. Durante il viaggio prendono con sé Giulio, un giovane studente di architettura, e i tre intraprendono un’odissea notturna nella provincia veneta.
Sul fondo della storia aleggia anche la figura di “Genio”, un vecchio amico che dovrebbe tornare dall’Argentina, insieme al racconto di un tesoro nascosto anni prima. Tuttavia, il film non è un road movie nel senso classico del termine: il movimento dei personaggi non rappresenta un vero obiettivo, bensì un modo per rimandare il vuoto dell’esistenza.
Il film non contiene slogan politici espliciti, ma possiede un forte retroterra politico. Il Veneto è stato a lungo plasmato da dinamiche quali il regionalismo, il populismo di destra, la politica della Lega Nord, la diffidenza verso lo Stato centrale e l’individualismo economico. Con l’arresto della crescita economica, questo modello sociale è entrato in crisi. Le persone vivono ormai nella nostalgia del benessere passato, incapaci di immaginare un futuro collettivo. Il costante senso di “ritardo storico” percepibile nel film è strettamente legato a tale atmosfera politica. I personaggi si sentono esclusi non solo individualmente, ma anche storicamente. Per questo Le città di pianura può essere considerato uno dei film più significativi sulla solitudine politica della provincia europea contemporanea.
A un primo sguardo, il film di Francesco Sossai sembra un racconto minimalista e provinciale sul viaggio notturno di alcuni uomini smarriti. La sua vera forza, però, risiede nella capacità di rendere visibile non tanto la crisi individuale dei personaggi, quanto la trasformazione storica e sociologica del territorio in cui vivono. Il film racconta la trasformazione tardocapitalista del Nord Italia contemporaneo, in particolare del Veneto, il suo collasso postindustriale e il vuoto sociale che ne deriva.
La macchina da presa di Sossai non osserva soltanto le persone, ma anche le strade, le stazioni di servizio, le zone industriali abbandonate, i bar illuminati al neon e l’architettura incompiuta della modernizzazione. Per questo Le città di pianura non è soltanto un road movie, ma il lamento sociologico di una società che ha perso il proprio orientamento dopo la fine del benessere economico.
Veneto: il silenzioso miracolo economico italiano
Il Veneto è stato uno dei principali motori della crescita economica italiana del dopoguerra. A partire dagli anni Sessanta, la regione si arricchì rapidamente grazie alle piccole imprese familiari, ai laboratori di provincia e ai distretti industriali locali. Al posto delle grandi fabbriche fordistiche, il capitalismo veneto si fondava su reti di piccole produzioni interconnesse.
Questa struttura economica è stata definita dai sociologi come “capitalismo molecolare”. Grazie alla diffusione delle piccole imprese, il Veneto è stato per lungo tempo associato a una bassa disoccupazione, un’alta produttività e un forte senso di appartenenza locale.
Tuttavia, questo modello di prosperità era fragile. La globalizzazione, la concorrenza della produzione cinese, le crisi economiche europee e il crollo finanziario del 2008 hanno colpito duramente il sistema produttivo veneto. I magazzini abbandonati, le strade vuote e i personaggi esausti che vediamo nel film sono il risultato diretto di questa frattura storica. Nel mondo di Sossai la produzione si è fermata, ma l’architettura della società produttiva è rimasta in piedi. Le persone continuano a muoversi, ma l’ordine economico e sociale si è dissolto.
“Città diffusa”: una vita senza centro
Per comprendere il titolo del film bisogna guardare alla particolare struttura territoriale del Veneto. La regione non è né completamente rurale né pienamente urbanizzata. Fabbriche, piccoli paesi, centri commerciali, autostrade e zone industriali si collegano in modo continuo. Nella sociologia urbana italiana questa struttura è definita “città diffusa”. In questo modello: non esiste un vero centro; i confini tra città e campagna si dissolvono; le persone sono costantemente in movimento; la vita si organizza attorno all’automobile e alle strade.
I personaggi del film non parlano apertamente di politica, ma il sentimento di “una volta eravamo qualcosa” è sempre presente. Per questo molti critici hanno interpretato il film come un’elegia del Nord Italia postindustriale.
Le città di pianura trasformano proprio questa sensazione di vita decentrata in linguaggio cinematografico. I personaggi sono sempre sulla strada, ma non arrivano mai da nessuna parte, perché nemmeno la struttura sociale in cui vivono produce né direzione né centralità. Le lunghe sequenze in automobile non sono soltanto una scelta estetica: rappresentano l’espressione sociologica della provincia tardocapitalista.
Crisi della mascolinità e crollo dell’etica del lavoro
I personaggi maschili al centro del film incarnano figure tipiche della vecchia società veneta: vite fondate sul lavoro fisico; forme di comunicazione silenziosa; repressione emotiva; solidarietà maschile costruita sull’amicizia.
Tuttavia, nel corso del film questo modello di mascolinità appare ormai disfunzionale. Il continuo bere, vagare e ripetere vecchie storie rappresentano il tentativo di colmare il vuoto lasciato dal crollo dell’etica del lavoro. I bar assumono qui un ruolo centrale. Nella provincia veneta, il bar non è soltanto un luogo di svago, ma anche uno spazio in cui l’identità maschile viene riprodotta socialmente. Dopo la perdita del lavoro, il collasso economico e la disgregazione sociale, questi luoghi diventano spazi di nostalgia.
I personaggi si aggrappano ai resti della società produttiva, ma non esiste più un ordine economico in grado di definirli. Per questo la mascolinità nel film non appare forte, bensì fragile. I corpi costantemente in movimento sono, in realtà, corpi socialmente dislocati.
Melancolia postindustriale
L’atmosfera dominante del film è la melanconia. Tuttavia, non si tratta di una depressione individuale, bensì di un sentimento collettivo. Richiamando il concetto di “realismo capitalista” di Mark Fisher, i personaggi sembrano incapaci di immaginare un futuro al di fuori dell’ordine esistente. Il vecchio mondo è crollato, ma un nuovo mondo non è ancora nato. Per questo il tempo nel film sembra sospeso. La notte non finisce mai. Il viaggio non conduce da nessuna parte. I dialoghi si ripetono continuamente. Le persone non riescono a separarsi dal passato. Il cinema di Sossai mostra le conseguenze psicologiche del collasso economico: perdita di orientamento, congelamento temporale e stanchezza sociale.
Un’anticartolina dell’Italia turistica
Il film sovverte anche la rappresentazione tradizionale dell’Italia. Nel cinema internazionale, l’Italia viene spesso associata a: città romantiche; piazze storiche; paesaggi assolati; gioia mediterranea. Sossai mostra invece l’opposto: pianure nebbiose; tangenziali; bar ai bordi dell’autostrada; parcheggi vuoti; attività chiuse; luci al neon.
Questa scelta estetica ha un significato politico. Il film rende visibili le geografie invisibili dell’Europa neoliberale. Dietro l’immagine scintillante dell’Italia turistica esistono province economicamente esauste. Le città di pianura diventano così il film di questa Italia invisibile.
Sottotesto politico: la crisi silenziosa del Nord Italia
Il film non propone slogan politici espliciti, ma è attraversato da un forte sottotesto politico. Per molti anni il Veneto è stato modellato dal populismo di destra, dalla sfiducia nei confronti dello Stato centrale e dall’individualismo economico. Con il rallentamento della crescita economica, questo modello sociale è entrato in crisi. Le persone vivono nella nostalgia della prosperità passata, ma faticano a immaginare un futuro comune.
Il costante senso di “essere arrivati troppo tardi” percepibile nel film è strettamente legato a questa atmosfera politica. I personaggi si sentono esclusi non solo a livello individuale, ma anche a quello storico. Per questo, Le città di pianura può essere considerata uno dei film più importanti sulla crisi silenziosa della provincia europea contemporanea.
Nonostante appaia in superficie come un piccolo road movie, Le città di pianura è in profondità un potente testo politico e sociologico sul cambiamento economico del Veneto, sulla crisi della mascolinità, sulle forme di vita decentralizzate e sulla melanconia postindustriale.
Il grande merito di Francesco Sossai sta nella capacità di mostrare il collasso di un’epoca attraverso i vuoti della vita quotidiana, senza ricorrere a grandi dichiarazioni ideologiche.
I personaggi del film non sono soltanto uomini smarriti; sono anche i portatori di un modello economico in rovina, di un’identità sociale esaurita e di un territorio che ha perso il proprio futuro. Per questo Le città di pianura può essere considerato uno dei più importanti film italiani contemporanei sulla crisi silenziosa della provincia europea moderna.
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