Vita Gazette

Le notizie dall’Italia.

Dante Alighieri: il padre della lingua italiana

Dante Alighieri: il padre della lingua italiana

Vita gazette – Dantedì: nella giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, scopriamo come il Sommo poeta portò il volgare fiorentino sulla bocca di tutti. Diffondendo una lingua, che diventò l’italiano solo sei secoli dopo.

Siamo tra il XIII e il XIV secolo. Non c’era unità linguistica in Italia. La diversità linguistica ha dominato la penisola. Ogni città aveva il suo dialetto. La lingua scritta comune era il latino o il francese. Per tracciare i passi verso un linguaggio comune, bisogna risalire agli anni 1220-1250.

Siamo alla corte di Federico (1220-1250). L’Italia aveva prodotto la propria letteratura locale, con il provenzale in ritardo di quasi due secoli rispetto alla Francia. E lo fece usando la lingua siciliana, che oggi è considerata un dialetto, sebbene sia una lingua letteraria fortemente influenzata dal latino. Alla corte di Federico c’erano molti poeti. Anche la prima scuola di poesia italiana prediligeva la Sicilia. La nascita e il successo della scuola poetica siciliana furono influenti. Se le circostanze si fossero sviluppate diversamente, oggi la Sicilia potrebbe essere la nostra lingua nazionale.

Ma le mire del papa e le ambizioni dei monarchi francesi stavano cambiando le carte in tavola: il papa, a differenza degli svevi, chiese aiuto al francese Carlo d’Angiò, sbarcato in Italia, e uscì dalla seconda guerra mondiale. Ha sconfitto gli eredi di Federico. e conquistò la Penisola Meridionale, distruggendo il magnifico palazzo appartenuto allo Stupor Mundi e ai suoi successori Corrado IV (1250-1254) e Manfredi (1254-1266).

Il latino classico sembrò in un primo momento (in letteratura e diplomazia) riaffiorare a scapito del neonato italiano. Questa è stata una fase di transizione. Già nella seconda metà del Quattrocento, infatti, l’uso del volgare era tornato in primo piano. Questa situazione si trasformò in un dilemma che riguardava i letterati di tutte le corti italiane. La disputa su quale standard volgare adottare il “problema linguistico” fece discutere gli intellettuali della Penisola, perché nessun tribunale era disposto a rinunciare al suo volgare.

La scuola poetica dello Stilnovismo, nata a Firenze nella seconda metà del XIII secolo, fu un’importante stazione linguistica. Perché le poesie scritte a Firenze di Toscana si diffusero nella penisola. La vera svolta nell’uso del linguaggio fu la Divina Commedia di Dante, che compose in lingua fiorentina. In questo lavoro in cui ha discusso vari argomenti, il poeta ha introdotto nella cultura nazionale molti nuovi dizionari e strutture sintattiche. E il lavoro senza tempo di Dante stava raggiungendo molte case, compresi gli scienziati.

Pietro Bembo (1470-1547), cardinale veneziano, iniziò una collaborazione con il più importante editore dell’epoca, l’umanista Aldo Manuzio (1449-1515). Ha curato per sé sia ​​la Commedia che il Canzoniere di Petrarca, unendo a queste attività l’opera personale del Decamerone di Boccaccio. L’operazione si rivelò vantaggiosa per entrambi: grazie a Bembo, Manuzio poté aprirsi alla letteratura in lingua locale, stampando edizioni rimaste uniche per lungo tempo. Grazie a Manuzio, il Bembo seppe padroneggiare appieno il fiorentino dei grandi scienziati del Trecento e proporlo come modello di una comune lingua letteraria. Bembo annotò le sue idee linguistiche nel testo più importante della storia della lingua italiana: Le prose della volgar lingua, pubblicato nel 1525. Qui, tra l’altro, offrì agli intellettuali un’imitazione del Petrarca nella poesia e nella prosa del Decamerone. L’operazione ebbe successo: i veneziani proposero un concetto prezioso per il Rinascimento, il concetto di imitazione dei grandi scrittori, che divenne possibile perché gli scritti del Petrarca e del Boccaccio potevano essere facilmente riprodotti. Dopo questo successo, il fiorentino del Trecento – ormai considerato italiano a tutti gli effetti – si affermò indiscutibilmente nella letteratura.

Con il Risorgimento l’idea patriottica di Dante, padre della lingua italiana, si radicò e formò il canone fondamentale della nostra letteratura con l’aggiunta di Petrarca e Boccaccio. Ma come con il riconoscimento della paternità dell’italiano a Dante, sulla scena letteraria apparve un altro padre, che Alessandro Manzoni, con I promessi sposi, fece una vera e propria rivoluzione e produsse innovazioni che ancora oggi caratterizzano la nostra lingua.

error: Content is protected !!