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L’allarme sul vino attacco: Ora il vino diventa pericoloso!

Vita gazette – L’allarme sul vino attacco al made in Italy. la Commissione europea lo ha riservato al vino, con il via libera all’Irlanda a utilizzare sulle bottiglie etichette allarmistiche che segnalano il pericolo per la salute dei consumatori.

È un dato di fatto che i benefici della dieta mediterranea per la salute umana sono diventati un marchio internazionale. Da anni si annuncia che il consumo regolare di vino da parte di uomini e donne previene lo stress che causa malattie e fa bene alle malattie cardiache. Anche la longevità in Italia è stata registrata a livello globale come dati a sostegno di queste opinioni.

Mentre i fatti stavano così, dall’Ue è arrivata una decisione che ha riguardato anche l’Italia, Paese leader dell’arena enologica mondiale. Ue ha tranquillamente approvato l’apposizione di un’etichetta “dannoso” alle bottiglie di alcolici in Irlanda. Un passo che potrebbe essere d’esempio per altri paesi che giustamente preoccupano paesi produttori di vino come Italia, Francia e Spagna. È un dato di fatto che da anni ci sono conflitti sulla legislazione comunitaria. Questa decisione è stata determinata dai rischi legati alle esportazioni quando si gioca ai tavoli internazionali? Una mossa sempre più aggressiva verso il Made in Italy, con politiche di sbarramento volte a contrastare il mercato e prodotti di qualità superiore? In caso contrario, l’UE dovrebbe spiegare chiaramente quando e come il vino è dannoso per la salute, sulla base di dati scientifici.

Il via libera dell’Unione Europea alle etichette allarmistiche sul vino è un attacco diretto all’Italia che è il principale produttore ed esportatore mondiale con oltre 14 miliardi di fatturato, di cui più della metà all’estero. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento all’autorizzazione  Ue concessa all’Irlanda che potrà adottare un’etichetta per vino, birra e liquori con avvertenze terroristiche, che non tengono conto delle quantità, come “il consumo di alcol provoca malattie del fegato” e “alcol e tumori mortali sono direttamente collegati” nonostante i pareri contrari di Italia, Francia e Spagna e altri sei Stati Ue, che considerano la misura una barriera al mercato interno, e l’annuncio della stessa Commissione di possibili iniziative comuni sull’etichettatura degli alcolici.

La autorizzazione della Commissione fa seguito a ripetuti blitz a livello comunitario di penalizzare il settore come il tentativo di escluderlo dai finanziamenti europei della promozione nel 2023, sventato anche grazie all’intervento della Coldiretti. Un approccio ideologico nei confronti di un alimento come il vino che fa parte a pieno titolo della dieta mediterranea e conta diecimila anni di storia e le cui tracce nel mondo sono state individuate nel Caucaso mentre in Italia si hanno riscontri in Sicilia già a partire dal 4100 a.c.

L’anno d’oro

D’altra parte non è la prima volta che la Commissione  cede alle sirene degli oltranzisti dei Paesi del Nord. All’ultimo momento, proprio per quanto riguarda il vino, è stata bloccata la scelta di escludere il prodotto dalle azioni di promozione. Il problema è sempre lo stesso: la tutela della salute. Ma così si va a distruggere una parte importante del sistema produttivo Ue, particolarmente forte per l’Italia. Il settore, infatti, muove un giro di affari di 14 miliardi, dà lavoro a oltre 1,3 milioni di  addetti e schiera una produzione di alta qualità, il 70% della quale destinata a Doc, Docg e Igt. E sembra davvero una beffa per l’Italia che la decisione sia  rrivata a pochi giorni dalla fine di un anno d’oro per l’export. Stati Uniti, Germania e Regno Unito (a dispetto della Brexit) – rileva  lo studio dell’organizzazione agricola – salgono sul podio dei principali clienti del vino italiano, ma in fortissima crescita sono le vendite anche in Francia, concorrente storica. Adesso abbiamo rischia però di essere rovinata. Che si aggiungono  alle altre criticità che da mesi i produttori denunciano. Il clima, innanzitutto, che  ha tenuto fino all’ultimo con il fiato sospeso i viticoltori per la siccità che ha arso anche i vigneti.

E poi ci sono i costi di produzione sempre più cari, dai concimi (+170%) al gasolio (+129%). Sul valore della bottiglia pesano inoltre il vetro, più caro del 50%, i tappi, con rincari del 20% per quelli di sughero e fino al 40% per gli altri materiali, etichette e cartoni di imballaggio (rispettivamente +35 e+ 45 per cento).

E adesso ‘Nuoce gravemente alla salute’: un alert che da anni in Italia siamo abituati a leggere sui tabacchi, ma che in Irlanda potrebbe essere presto inserito nelle etichette di vini, liquori e alcolici. Il via libera è arrivato direttamente dall’Unione Europea, con un silenzio-assenso alla norma notificata in estate da Dublino e che permetterà alle autorità nazionali di adottare gli avvertimenti. Una scelta che, soprattutto se altri Paesi dovessero seguire l’Irlanda, rischia di penalizzare fortemente membri dell’Ue, tra cui l’Italia, che fa del vitivinicolo uno dei suoi punti di forza sui mercati internazionali.

Noi Italiani…

Noi, e più in generale l’Italia, ci siamo sempre mossi nella direzione del consumo consapevole, il vino consumato con moderazione è da sempre inserito nelle abitudini alimentari del Paese. Adesso siamo preoccupati. Perche, in questo nuovo anno il problema numero uno è rappresentato dalle etichette che terrorizzano i consumatori: Un pericoloso precedente che rischia di aprire le porte a una normativa comunitaria allarmistica e ingiustificata, capace di influenzare negativamente le scelte dei consumatori. È del tutto improprio assimilare l’eccessivo consumo di superalcolici, tipico dei Paesi nordici, al consumo moderato e consapevole di prodotti di qualità e a più bassa gradazione come la birra e il vino che in Italia è diventato l’emblema di uno stile di vita lento, attento all’equilibrio psico-fisico che aiuta a stare bene con se stessi, da contrapporre all’assunzione sregolata di alcol

Anche Francia e Spagna

L’iniziativa, avversata nelle aule di Bruxelles non solo dall’Italia ma anche da Francia e Spagna, che la considerano come un’ingiusta barriera al mercato interno, ha visto la celere risposta anche delle associazioni di categoria.

 

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